MT15: Il valore previsionale dell’indice ISM

 


“Non sono uno scrittore. Sono solo quel protagonista che sospira ad ogni virgola tra le parole, trema nel mettere quel punto, travolto ormai dalle emozioni  in cui mi ha trasportato lo scrittore: il cuore.” — Il Re Inca

Per le democrazie europee, il problema più grande è la loro dipendenza dall'energia russa, soprattutto dal gas naturale. Il regime di Putin stava probabilmente usando la sua influenza per far salire i prezzi e minare la coesione europea prima dell'invasione, riducendo le forniture di gas all'Europa di oltre un terzo tra Settembre 2021 e Febbraio 2022.

Ancora più grave, tuttavia, è l'impatto della guerra sull'approvvigionamento alimentare globale. La Russia e l'Ucraina insieme producono più di un quarto del grano che viene esportato, in gran parte verso il Medio Oriente e il Nord Africa. A causa dell'invasione russa, i porti e le rotte marittime si sono trasformati in una zona di guerra. Mentre una parte del grano può essere trasportata via terra dall'Ucraina alla Romania e alla Polonia prima di essere dirottata altrove — o dalla sponda russa del Mar Nero al Caspio e poi all'Iran — la maggior parte del grano nella regione è intrappolata.

Ma anche se i combattimenti cessassero domani, non è chiaro quanto grano i contadini ucraini sarebbero in grado di coltivare. Gran parte dei loro terreni sono stati bombardati o minati, così come gran parte delle attrezzature agricole e delle strutture di stoccaggio del grano. Anche se i coltivatori di grano russi non sono stati colpiti allo stesso modo, le loro macchine agricole si deterioreranno senza avere accesso a pezzi di ricambio o sostituzioni a causa delle sanzioni. Non sorprende che il prezzo del grano sia balzato di circa il 50% dall'inizio dell'invasione e che sia rimasto alto.





Riserve di grano nel mondo per Paese/Continente (fonte Klein’s)


In teoria, il calo della produzione e delle esportazioni potrebbe essere facilmente affrontato attingendo alle ampie riserve immagazzinate. Le scorte globali di grano valgono diversi anni di esportazioni combinate di Russia e Ucraina. La Cina è apparentemente il paese con le scorte più grandi al mondo, ma anche senza di essa, ci sono molte scorte detenute altrove per coprire il divario.

Se Atene piange Sparta non ride

Il 4 Aprile del 2022 nell’episodio n.6 di Macro Talk ho parlato del rischio di carestia mondiale. Questa notizia è passata sotto traccia, confusa come una goccia tra l’oceano, e invece dopo 2 mesi circa ci ritroviamo qui a parlare di questa possibilità.

Non ci voleva un chiaroveggente per capirlo. Bastava solo un pò di buona volontà, comprensione dei dati e tanta lettura. Le fonti d’informazione che governano il nostro paese e la maggior parte di quelli occidentali, sono strutturate dall’alto verso il basso. Vi spiego il processo: il dato raggiunge la sfera alta (direttori politicizzati, editori) della piramide e a seconda di come si vuol farlo percepire viene distribuito e manipolato in direzione dei fruitori dell’opinione pubblica.

Non è complottismo, è semplicemente la catena informativa in Italia e non solo. Come ho scritto nella prefazione, non sono uno scrittore, non ho alcun titolo per farlo e non sono iscritto ad alcun albo. Sono soltanto un curioso e attento lettore, oltre che trader sui mercati finanziari. Credo che sia proprio l’ultimo punto che mi dà quel vantaggio operativo di saper leggere il dato inteso come costruzione di uno scenario da utilizzare fattivamente. Molta gente scrive e parla senza sapere di cosa sta parlando e soprattutto senza trovare soluzioni o vantaggi operativi. Predire il mercato e capire i movimenti dei titoli che compongono i panieri degli indici azionari ad esempio, necessita una totale conoscenza degli strumenti, il peso specifico in termini percentuali ed essere costantemente sul pezzo monitorando le strutture cicliche sottostanti. Così come le economie anche (e soprattutto) i mercati finanziari sono ciclici. Cercare di anticiparne le mosse è il nostro compito.

Tornando al rischio di carenza di cibo, ho parlato anche di Europa come un vaso di coccio tra vasi di ferro. E non mi riferivo soltanto all’eterno conflitto Russia-Stati Uniti ma anche a quello fisico (inteso come scienza): la spinta dal Nord di Putin e quella da Sud da parte del continente Nord-Africano. In mezzo c’è appunto l’Europa che sta cercando di rendersi indipendente inasprendo sanzioni che però gli si ritorceranno contro, mentre dall’altra parte dell’oceano possono mangiare pop-corn osservando la sequenza degli eventi di questo bel cinema.

La crisi del grano, principalmente di bassa qualità e destinato all’alimentazione su larga scala dei paesi del terzo mondo, potrebbe spingere ulteriormente eventi migratori sulle coste italiane. Non voglio cadere in alcun tranello politico ma il problema è reale e questa volta non basterà una Carola Rackete qualsiasi per risolvere questa immane tragedia.

Piccolo inciso che riguarda le sanzioni: i fertilizzanti di cui ho parlato nell’episodio 6 di Macro Talk e anche oggi, non sono oggetto di sanzioni. Se vi state chiedendo il perchè, vi do un indizio: il 70% del fertilizzante viene importato dagli Stati Uniti. Il blocco delle importazioni causerebbe un malcontento tra gli agricoltori, e Joe Biden se ne sta ben lontano dall’amplificare danni già causati dall’inflazione.




Estratto dell’Articolo MT6


I leader europei hanno deciso di boicottare il 90% delle importazioni di petrolio greggio e di prodotti petroliferi raffinati dalla Russia entro la fine dell'anno. Ma a differenza delle misure precedenti, il boicottaggio del petrolio danneggerà i comuni cittadini europei almeno quanto lo sforzo bellico di Putin. Dovrebbe quindi essere inteso principalmente come un gesto morale radicato nell'abnegazione, piuttosto che come una seria escalation della pressione sull'esercito russo assediato. Nel frattempo l’importazione di Gas Russo è addirittura aumentata. Se qualcuno pensa di bloccare il flusso di denaro con le sanzioni è fuori strada. Le sanzioni hanno lo scopo (simbolico) di danneggiare la Russia e inserire queste sul tavolo del negoziato ma in pratica non hanno risolto alcun problema dopo più di 100 giorni di guerra. Se un giorno verranno interrotte le catene di approvvigionamento del gas, statene certi che Cina e India sono già in coda per accaparrarselo alle stesse condizioni (ottime) con cui l’Europa ne faceva uso.

Il ritorno dell’economia dal “just in time” al “just in case”

Per mesi abbiamo vissuto in un'economia in cui la forte domanda si è scontrata con un'offerta in ritardo, causando un'impennata dell'inflazione. Ora sembra che si stia passando a una fase in cui la crescita della domanda si sta raffreddando e le catene di fornitura si stanno allentando, il che dovrebbe far scendere l'inflazione. Tutto questo ha ricadute sulle aziende che si stanno ristrutturando cercando nuove o vecchie soluzioni.


Con l'espressione "just in time" si indica un modello di gestione industriale, di origine giapponese, che prevede che venga prodotto soltanto ciò che è necessario, nella quantità necessaria e quando richiesto, allo scopo di ridurre ogni potenziale spreco risultante dalle attività di produzione, immagazzinamento e fornitura.

Il modello just in time è stato ideato da Kiichiro Toyoda, creatore del “Toyota Production System“, il quale si basa su due concetti fondamentali: il concetto di “jidoka” e, appunto, quello di just in time. Mentre il primo si fonda sull’idea di «automazione con un tocco umano» e serve a evitare la produzione di beni difettosi o non funzionanti, il secondo prevede invece che “venga prodotto soltanto ciò che è necessario” — come ha spiegato Taiichi Ohno — ingegnere che ha avuto un ruolo chiave nello sviluppo del sistema di produzione Toyota.

Date le recenti carenze di approvvigionamento di energia, cibo e fertilizzanti, le variazioni strutturali dei prezzi non rifletteranno necessariamente la razionalità, data la natura essenziale di tali beni. Le curve di offerta di cibo ed energia non sono facilmente modificabili in modo ordinato e tempestivo. 

Con l'emergere dell'economia cinese in questo secolo, l'esternalizzazione delle catene di approvvigionamento globali ha comportato benefici strutturali di disinflazione, finché non si è scoperto che l'esternalizzazione può avere un costo. La gestione delle scorte "just in time" è stata sostituita dalla gestione delle scorte "just in case". La globalizzazione espansiva è ora in retromarcia e molte efficienze economiche diventeranno inefficienze, il che, per definizione, annullerà i venti di coda disinflazionistici del XXI secolo.

L’orientamento al “just in case” è la nuova alternativa che si sta proponendo. Il modello just-in-case comporta la sovrapproduzione di beni per poter avere a magazzino, in qualsiasi momento, tutto il necessario nel caso di un aumento della domanda repentino per alcune categorie specifiche di prodotti.

I vantaggi del sistema JIC sono:

  • Poter fronteggiare l’aumento della domanda, grazie allo stoccaggio di materie prime e prodotti finiti;
  • Gestire in modo efficace i picchi della domanda;
  • Pianificare le spese, come quelle di trasporto, potendo organizzare in anticipo le tappe della produzione o dell’invio ai clienti.

Il just in case, pertanto, non mira all’efficienza assoluta e all’eliminazione di ogni tipo di spreco come il just-in-time, ma alla sicurezza della fornitura, aspetto diventato fondamentale con la pandemia. Tuttavia per poter affermarsi, non potendo concentrare tutto lo stock di magazzino su una unica azienda, occorre appoggiarsi ad una serie di fornitori in grado di disporre di materiale in pronta consegna. Anche perché mai come oggi i tempi di consegna stimati sono lontani dalla realtà rispetto a chi dispone di prodotti in magazzino.

Le aziende, dai rivenditori ai produttori manterranno livelli di inventario maggiori quest'estate poiché i ringhi della catena di approvvigionamento globale costringeranno a passare da una mentalità just-in-time a una just-in-case.

Molte imprese si sono rivolte alla tecnologia, grazie a sistemi di tracciamento in tempo reale della propria supply chain, così da poter contrastare ogni possibile falla nella logistica. La digitalizzazione può consentire di accedere a dati sulla domanda e sull’offerta e può fornire una panoramica sulla disponibilità dei prodotti, sull’inventario e sullo stato degli ordini dei fornitori di un’azienda e può migliorare la capacità di un’organizzazione e prepararsi all’inevitabile shock futuro.

In conclusione posso affermare che, nonostante il just-in-time riduca in modo significativo i costi di stoccaggio, espone l’azienda al rischio che qualsiasi contrattempo logistico possa danneggiare il rapporto con il cliente. Mentre il just-in-case evita che di fronte ad interruzioni della supply chain nascano profonde problematiche che comportino alla compromissione dei rapporti con i clienti. Tutto questo ripopolerà i magazzini e scaffali di merce, ma ancora non sappiamo se questo avverrà in coincidenza con l’abbassamento dei prezzi. Approvvigionarsi di merce in periodi dove l’inflazione alla produzione raggiunge livelli medi oltre l’8% nel mondo e il 20% in Europa, non dovrebbe essere una scelta così saggia, non trovate?

L’indice previsionale ISM

Il Manufacturing Index dell'Institute of Supply Management (ISM) registra l'entità dell'attività manifatturiera registrata nel mese precedente.
Questo dato è considerato molto importante ed è un misuratore economico affidabile. Se l'indice presenta un valore inferiore al 50, a seguito di un decremento dell'attività, tende a indicare una recessione economica, soprattutto se la tendenza si protrae per diversi mesi. Un valore sostanzialmente superiore al 50 indica un periodo di crescita economica. L'indice ISM è il risultato di un'indagine mensile condotta presso oltre 400 aziende in 20 settori diversi di 50 stati
americani. Nel corso degli anni l'ISM ha dimostrato la propria validità. In una fase di recessione il fondo dell'ISM può precedere di alcuni mesi il momento di svolta di un ciclo economico. Dati superiori al previsto devono essere interpretati come positivi/rialzisti per il dollaro USA (USD), mentre valori inferiori alle attese sono da interpretarsi in senso negativo/ribassista per il dollaro USA. Se confrontato con l’indice S&P500 mostra un grado predittivo molto alto.




Grafico dell’indice S&P500 sovrapposto all’ISM ad inizio anno: adesso siamo -20%

da quei livelli quando ISM già puntava al ribasso (fonte Crescat Capital)


In questa prima metà dell'anno, i mercati finanziari sono stati colpiti da un'enorme quantità di notizie negative: la guerra in Europa, le chiusure a zero Covid in Cina, le aspettative aggressive di rialzo dei tassi negli Stati Uniti, i prezzi persistentemente alti di cibo ed energia che stanno colpendo i consumatori. I prezzi delle azioni hanno sofferto enormemente, con l'S&P500 in calo di oltre il 20% e il Nasdaq oltre il 30%. Le società hanno perso gli utili e hanno annunciato licenziamenti, persino in Amazon, che fino ad allora sembrava impenetrabile. Dove andremo a finire?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire da una previsione dell'economia. Se è vero che le previsioni degli economisti sono quasi sempre errate (vi consolerà il fatto che io non lo sia), possiamo pensare a diversi scenari che potrebbero verificarsi. Tuttavia, dobbiamo pensare all'economia perché è l'economia che guida i profitti, non solo dei titoli quotati in borsa, ma di tutte le aziende. Guardo all'ISM e non al PIL perché è coincidente con l'SPX. Il PIL è in ritardo e non è affatto utile per prevedere l'SPX, mentre l'ISM è abbastanza utile come vi ho mostrato in precedenza.

Se riusciamo ad ottenere un buon indicatore dell'economia, abbiamo un'idea dei profitti. L'economia, misurata dall'ISM, guida gli utili delle aziende e quindi è utile avere un'idea di dove sta andando l'economia. Quindi, una crescita del 2-3% con un'inflazione del 4 elevata ci porta a una crescita nominale del 7-8%. Purtroppo, gran parte di questa crescita deriva dall'inflazione, che non aiuta i consumatori. Quindi non mi aspetto niente di buono per questa estate.



In termini di correzioni del mercato azionario di tipo recessivo e non recessivo,

in questo grafico sembra proprio che ci stiamo orientando verso l'estremità

recessiva della scala (fonte Deutsche Bank)


Non siamo ancora in recessione ma gli indicatori economici ci mostrano che è molto probabile che ci entreremo, nonostante studiosi, economisti e chiacchieroni macro d’oltre oceano (ben pagati dagli studi di rating) dicono di no per non scoraggiare gli acquisti. 2 americani su 3 acquistano azioni e il danno sarebbe troppo grosso quello di interrompere questa catena da fast food. Nel mondo degli investimenti, cerchiamo di integrare il processo decisionale razionale con competenze quali l'analisi fondamentale, l'economia e le tecniche di valutazione aziendale. Ma il mondo non è sempre razionale e spesso siamo manipolati dall’informazione di comodo. State attenti e occhio a dove mettete i vostri soldi!

Calendario economico della settimana

Dopo una settimana piena di dati come quella passata e con l’inizio del mese di Giugno che è coinciso con l’inizio del Restringimento Quantitativo (Quantitative Tightening) da parte della Federal Reserve, tocca alla BCE.

Questa settimana il catalyst di tutti i dati è la giornata di Giovedì 9 Giugno, dove assisteremo (forse) al primo rialzo del tasso d’interesse. L’immobilismo che ci ha condotto fin qui, come ho scritto più volte, non ha portato a nulla di buono e forse quella “incomprensibile (o insostenibile) leggerezza dell’essere” mostrata da Lagarde non è poi così ingenua.



Calendario Economico dal 6 al 10 Giugno 2022

In conclusione, il punto chiave è che potremo scivolare rapidamente dentro uno scenario totalmente inaspettato e passare dalla frenesia del rialzo alla paura del ribasso. Il contesto macro, tecnico e i fattori esogeni mi fanno pensare che siamo ancora all'inizio della fase orso e che questo rappresenti un cambiamento di regime del mercato piuttosto che un ritorno al "buy the dip". Diffondete il verbo, al prossimo articolo!




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